IL BRUTTO ANATROCCOLO

 

IL BRUTTO ANATROCCOLO – 2010

 

Locandina Il brutto anatroccoloA volte basta spostarsi per vedere la propria strada. Questo è per me “Il brutto Anatroccolo” di Christian Andersen.
Le favole che ci colpiscono parlano sempre di noi. Così Bruno Bettelheim nel suo “Il mondo incantato” ci dice che per questo il bambino insiste nel volersi far raccontare sempre la stessa favola, perché in quel momento quella favola porta un conflitto che è il suo conflitto, quello che il bambino sta vivendo..
Un fiaba delle più tradizionali riscritta come narrazione per i più piccoli. Una favola sull’identità, sulla scoperta di se stessi. Una favola per i piccoli ma che, come spesso accade per le belle favole, parla anche ai grandi. C’è un “Regno di sopra” che è quello degli uomini: il castello, la città e un “Regno di sotto” che è quello dello stagno del fossato dove si ritrova a nascere il Brutto Anatroccolo.

Note di regia

Un racconto fatto di niente. Una narratrice che racconta la favola del brutto anatroccolo. Pochi oggeti, evocativi. Un mondo piccolo fatto di luci. Luci che sono mondi evocati, le case del paese, le pietre dello stagno, iridescenti. È un mondo piccolo in un mondo grande, quello del brutto anatroccolo, un mondo silenzioso -dei piccoli- che i grandi non vedono. L’idea di regia parte dalla scommessa di raccontare la fiaba del Brutto Anatroccolo ai piccolissimi, utilizzando oggetti piccoli e minimali, come quando da bambini entravamo in dei cunicoli, in delle scatole, in delle tende fatte di coperte e il mondo ci sembrava tutto lì dentro.