IO VENGO DALLA LUNA

 

IO VENGO DALLA LUNA – 2008

 

Parlare di anoressia in uno spettacolo, non vuol dire parlarne da un punto di vista medico e specialistico, ma come esperienza individuale spia di un disagio più generale.
Una storia in cui ragazze e ragazzi possono identificarsi- emblematica della difficoltà di crescere e trovare un’identità.
Una scena scarna e “leggera”, che nel racconto, cambia continuamente significato.
Così il cubo diventa stanza della protagonista, e contemporaneamente lo schermo su cui si proiettano le vignette della propria famiglia,
Il tavolo da pranzo è anche il lettino delle visite mediche.
E poi un frigorifero emblema di una fame da sfidare, una bambola come amica, un metro in cui ci si specchia.
In scena una attrice/ragazzina che racconta entrando e uscendo dalla storia e un pianista jazz che suona e interagisce con lei riecheggiando via via la voce dei personaggi maschili della storia.

“Io vengo dalla Luna” parla di una ragazza di 14 anni, un’adolescente come tanti. Una ragazza normale che sperimenta, nel percorso della sua crescita, l’esperienza del digiuno come affermazione di un’identità. Lo fa con leggerezza nell’illusione di trovare una soluzione alla sua confusione, e si ritrova alla fine in un vicolo cieco che la gente chiama “anoressia”. Uno spettacolo agrodolce, amaro e innocente e in qualche modo delicato, che si sforza di sospendere il giudizio, in cui l’anoressia viene attraversata come un percorso accidentato, che segna, che insegna e passa, restando nel ricordo come una ferita preziosa. Uno spettacolo che, attraverso l’anoressia, trascende il suo senso particolare e indaga la femminilità che cambia, il primo amore, la ricerca di un posto nel mondo.

Lo spettatore si immedesima con le sensazioni e i pensieri della protagonista, per cercare di capire, di spiegare, di intravedere il grido di protesta che questa condizione porta con sè. Protesta verso una società abituata a misurare, a definire modelli, a costringere dentro parametri rigidi, per poi subito passare al contrattacco nel definire malattia quelle risposte estreme che essa stessa ha contribuito a creare e che, nella loro drammatica evidenza, palesano la necessità di indagare gli equilibri precari delle nostre supposte normalità.

Spettacolo finalista Premio Scenario Infanzia 2008

regia di Carlotta Piraino
musiche di Tommaso Castellani
con Carlotta Piraino e Tommaso Castellani

SCHEDA TECNICA    PIANTA LUCI

Il percorso di lavoro

Io Vengo dalla Luna nasce da un’esigenza di raccontare prima di tutto un’esperienza.
Un’esperienza che ha segnato una soglia, dopo la quale nulla era più come prima. La voglia era quella di esplorare cosa accadere nella mente di una persona che attraversa un disagio come quello dei disturbi alimentari, senza farcela sembrare un’aliena. Per questo il
lavoro è stato preceduto da una serie di interviste perché la storia non fosse solo una ma racchiudesse una molteplicità di voci.
Dopo il periodo di documentazione e interviste è nato il testo. La volontà però era quella di non fare un lavoro prettamente sulla narrazione ma coinvolgere molto di più il corpo rispetto al lavoro precedente, essendo un problema, quello dell’anoressia, dove il ruolo del corpo è centrale.
Il testo è stato messo in campo come materiale di lavoro e smembramento col musicista Tommaso Castellani, con un quale è nato un dialogo incessante fatto di punti di vista e apporti creativi. Il lavoro sul testo scritto per quadri è stato soprattutto ritmico e di ricerca sospensioni emotive. Un piano elettrico prevalentemente jazz ma che Tommaso suona nei modi più diversi coi più diversi stili.
Infine il lavoro di interazione, difficile, con la scenografia fatta di cubi bianchi leggeri e rigidi, così lontani dalle forme mutanti della protagonista, che diventano via via cose diverse e la collaborazione con una fumettista, Maya Vetri, che ha realizzato delle vignette sulle istituzioni “Famiglia” e “Clinica” che appaiono così simili nella modalità di accadimento reiterate, sorde e distanti a loro modo.
Pochi oggetti e colori. Un metro da falegname si snoda per creare la cornice di uno specchio. Il rosso e il blu della tuta della ragazzina, identiche al vestito della bambola, unica amica e altro specchio. Il rosso del sangue, delle mestruazioni che e ne vanno e
ritornano: basta ricominciare.
Il musicista suona e gioca a rappresentare le varie voci maschili della storia, che si ascoltano come voci di dentro, voci che fanno parte della musica, del ricordo, di una storia finita bene se siamo qui a raccontarla.